Storia dell’opera ingegneristica più audace mai realizzata: il Ponte dei Maschi di Siena
Verso la metà del XIV secolo, ultimo scampolo di medioevo, Siena era al massimo del suo splendore. Mossa dalla velleità di diventare una delle città più potenti d’Europa, nel 1339 la classe dirigente cittadina promosse la realizzazione di un edificio religioso imponente, che avrebbe rivaleggiato con le più grandi chiese gotiche del Nord Europa: il […]

I resti di un cippo inaugurale, probabilmente del Ponte dei Maschi di Siena
Verso la metà del XIV secolo, ultimo scampolo di medioevo, Siena era al massimo del suo splendore. Mossa dalla velleità di diventare una delle città più potenti d’Europa, nel 1339 la classe dirigente cittadina promosse la realizzazione di un edificio religioso imponente, che avrebbe rivaleggiato con le più grandi chiese gotiche del Nord Europa: il Duomo Nuovo. I lavori iniziarono in quell’anno e furono poi interrotti a causa dello scoppio della peste nera nel 1348 e fino a quel momento era stato realizzato il solo transetto e parte del corpo basilicale. Quando la pandemia fu passata e la città iniziò – come il resto delle città europee – una lenta ripresa, ricominciarono anche i lavori, ma stavolta ridimensionati, tanto che la chiesa fu completata all’interno del solo transetto, che comunque aveva proporzioni enormi, abbastanza grande da ospitare appunto un duomo.
Il Duomo Nuovo di Siena è di fatto il simbolo della hybris umana che si è scontrata con la realtà delle cose: l’effimero delle nostre esistenze e velleità può ben poco nei confronti della forza della Natura. Ma non è il solo elemento su cui i senesi vollero basare la propria scalata verso la magnificenza. È un’altra opera che gli architetti e gli ingegneri dell’epoca hanno provato a tramandarci, ma senza successo: il Ponte dei Maschi di Siena.
Ne parla Massenzio Loboli, archeoingegnerista e massimo esperto di Storia dell’Arte Medievale, nel suo saggio Siena: hybris, grandezza e patriarcato, edito da Chiarelettere con prefazione di Tomaso Montanari, interfazione di Salvatore Settis e postfazione di Vittorio Sgarbi. Il saggio offre una panoramica a tutto tondo sul percorso che ha portato Siena a diventare una città in rapida espansione, concentrandosi principalmente sui lasciti archeologici che il periodo pre-pandemico ci sono stati tramandati. Il capitolo quarto del corposo volume, affronta proprio la questione del Duomo e del Ponte, opera – quest’ultima – analizzata qui per la prima volta e in esclusiva, grazie anche ai recenti ritrovamenti documentali del corpus anonimo ribattezzato Codice d’Elsa: una raccolta di appunti manoscritti, progetti, e bozzetti che descrivono minuziosamente i programmi delle elite senesi per il futuro della città.

La copertina di Siena: hybris, grandezza e patriarcato, edito da Chiarelettere
Il Codice – precisa Loboli – «è sempre stato sotto i nostri occhi, ma non ce ne eravamo mai accorti, forse per via dei supporti sul quale è stato redatto». Si tratta infatti, dice l’ingegnere, di rotoli di lino che erano stati riposti in uno scantinato del Palazzo Pubblico e che davano tutta l’impressione di essere vecchi tappeti riposti lì per inutilizzo. Ed è stato proprio questo equivoco ad aver alimentato la scoperta: il custode infatti – su impulso dell’amministrazione, interessata a fare cassa alienando beni patrimoniali non più in uso – aveva aperto uno di questi presunti tappeti per fotografarlo nell’ottica di pubblicare un annuncio su Vinted. Fortunatamente si era accorto subito che non si trattava di tappezzeria di dubbio gusto, ma di materiale di importanza storica e aveva ben pensato di avvertire lo stesso Loboli, amico d’infanzia.
Nei manoscritti ritroviamo i progetti originali del Duomo Nuovo – non firmati – ma soprattutto quelli di due opere ingegneristiche e una urbanistica la cui realizzazione si è forse interrotta bruscamente con l’arrivo della peste: il Ponte dei Maschi di Siena, il fiume Trisarno e Sinanova, una vera e propria estensione di Siena che avrebbe dovuto portare a raddoppiarne il territorio e la popolazione.
Le tre opere – nel Codice – sono strettamente interconnesse le une alle altre. Sinanova doveva essere una sorta di new town ante-litteram, una Siena 2 del Basso Medioevo, in cui i maggiorenti volevano sviluppare quartieri residenziali, centri culturali e di potere. La città sarebbe sorta in corrispondenza dell’attuale località Le Querce, sul versante ovest di quello che avrebbe dovuto essere un’altra parte importante del megaprogetto: il fiume Trisarno. Perché l’idea, infatti, era quella di scavare un fiume artificiale lungo tutto il tratto della campagna senese a sud di Firenze, facendolo passare per Montaione, Gambassi, San Gimignano, Colle Val d’Elsa, Monteriggioni, Siena e poi giù verso la Maremma, dove si sarebbe gettato nel Tirreno nei pressi di Follonica. Un’opera ingegneristica veramente titanica, che avrebbe fornito alla città il tanto agognato sbocco sul mare.

Il progetto del Ponte dei Maschi di Siena nel Codice d’Elsa
Ma proprio per collegare le due città, sarebbe servito un ponte, l’opera più maestosa mai immaginata per l’epoca: il Ponte dei Maschi di Siena. Proprio nel tratto di circa 9,5 km che avrebbe bagnato la città a ovest, il fiume avrebbe avuto un alveo di circa 500 metri, con una profondità di 40 e per collegare le due sponde sarebbe servita un’infrastruttura imponente. Il Codice su questo offre dei disegni estremamente dettagliati, annotati in ogni minima parte in mercantesca fiorentina: il ponte sarebbe stato a campata unica, con un complesso sistema di tiranti autoreggenti agganciati a piloni alti cinquantadue metri sopra il livello dell’argine. Insomma, un’opera ingegneristica senza precedenti e con epigoni che non sarebbero arrivati se non molti secoli dopo. Loboli non esita a definirla “il Ponte sullo Stretto di Messina, ma in Toscana”.
Materialmente, delle tre opere non è sopravvissuto niente, anche se un recente ritrovamento lascia pensare che la costruzione del ponte sia in realtà stata avviata, ma si sia poi dovuta interrompere bruscamente, per non essere mai più ripresa, con l’arrivo della grande piaga che flagellò l’Europa per sette anni e che causò milioni di vittime. Si tratta di un cippo di pietra, all’apparenza una porzione di colonica, o forse una torre di guardia, ma con un’epigrafe che lascia supporre che potesse essere proprio un pezzo della pietra inaugurale della grande opera:
DECR· MAIOR· CIVIT·
AD MAI· SENAE GLOR·
PONS NOV· URB· H· FVNDA·
che interpretato significa: “Per decreto dei maggiorenti della città, per la maggior gloria di Siena, qui si pone il ponte della città nuova”. Quanto al nome – Ponte dei Maschi – il Codice spiega che era un omaggio ai nove uomini che saggiamente reggevano la città, oltre ad un’affermazione, dice Loboli, della superiorità maschile su tutto il genere umano.
Delle velleità espansionistiche di Siena, oggi non rimane che un cippo eroso dal tempo ricoperto di muschio, ma le fonti concordano nel ritenere che il nome del grande istituto di credito senese fondato poco più di un secolo dopo, sia un tentativo di onorare la gloria che non riuscì mai a compiersi. La riprova si ha nel nome stesso della banca, Monte dei Paschi, dove “paschi” non è un’abbreviazione per “pascoli”, ma l’italianizzazione di un termine di origine longobarda che indica i corsi d’acqua (si confrontino al riguardo altri toponimi toscani come Altopascio, Pescia, Rispescia), elementi geografici che a Siena mancavano del tutto, e che certamente volevano essere portati alla luce.