Biagio Pasquali e la teoria della dio‑degradabilità dell’anima
Tra le figure più eccentriche della teologia para‑scientifica del Novecento, Biagio Pasquali occupa un posto peculiare per la sua ostinata volontà di conciliare la metafisica con i processi di degradazione organica. La sua teoria della dio‑degradabilità dell’anima, formulata tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta, rappresenta il tentativo più compiuto di descrivere […]

Biagio Pasquali ritratto nella biblioteca della facoltà di Filosofia dell’università di Urbino
Tra le figure più eccentriche della teologia para‑scientifica del Novecento, Biagio Pasquali occupa un posto peculiare per la sua ostinata volontà di conciliare la metafisica con i processi di degradazione organica. La sua teoria della dio‑degradabilità dell’anima, formulata tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta, rappresenta il tentativo più compiuto di descrivere l’anima non come entità immateriale ed eterna, ma come composto deperibile, soggetto a trasformazioni analoghe a quelle dei materiali organici in condizioni di umidità controllata.
Secondo Pasquali, l’anima mantiene una relativa stabilità solo in ambiente umano, dove la quotidianità ne garantisce la forma e la coesione. È invece la prossimità al divino ad attivare un processo di degradazione progressiva, che egli interpreta non come dissoluzione, ma come trasformazione virtuosa. L’anima, esposta alla presenza del sacro, perderebbe infatti la propria rigidità strutturale, divenendo permeabile e cedevole, fino a rilasciare ciò che Pasquali definisce “nutrienti spirituali”, destinati a reintegrarsi nel ciclo etico‑affettivo dell’individuo. In questa prospettiva, la santità non è un’ascesa, bensì una decomposizione ben riuscita.

La teoria della dio-degradabilità dell’anima, Edizione Angelo Signorelli, Roma
La convinzione che l’anima potesse degradarsi non rimase per Pasquali una semplice ipotesi speculativa. Negli anni successivi egli giunse a formulare quella che definì una “quasi certezza metafisica”: l’idea che l’anima, abbandonata alle proprie tormentazioni, fosse soggetta a un processo di macerazione interna, con conseguente perdita di fluidi di natura psichica. Tali fluidi, descritti come nauseabondi e instabili, vennero da lui denominati “percolato emotivo”, in evidente analogia con i residui di scolo prodotti dai rifiuti organici in discarica. Il percolato emotivo, nella sua interpretazione, rappresentava la sedimentazione liquida di emozioni non elaborate, rimorsi stagnanti, desideri fermentati e decisioni rinviate, filtrati attraverso quella che definiva “la membrana porosa della coscienza”.
La teoria del percolato emotivo si inserisce nella più ampia operazione di recupero, da parte di Pasquali, della dottrina galenica degli umori. Con secoli di ritardo e in totale indifferenza verso i progressi della medicina moderna, egli reinterpretò gli umori antichi come manifestazioni di stati interiori, attribuendo loro funzioni morali e psicologiche. A questa struttura tradizionale aggiunse il proprio contributo originale: un quinto umore, appunto il percolato emotivo, che a suo giudizio Galeno avrebbe “ignorato per mancanza di strumenti concettuali adeguati”. In tal modo Pasquali non aggiornava la teoria antica, ma la trasformava in un sistema di gestione dei residui interiori, dove l’obiettivo non era l’equilibrio, bensì la corretta raccolta differenziata dell’anima.
La celebre massima pasqualiana, “dalla terra veniamo e alla terra torneremo, tramite un lento, ma trasformativo, processo di compostaggio dell’anima”, sintetizza efficacemente il nucleo della sua visione. L’anima, come ogni materiale organico, sarebbe destinata a un ciclo di degradazione e rinascita, in cui la presenza del divino agisce come catalizzatore. Tale convinzione, che egli considerava una certezza quasi empirica, lo condusse a tentativi rudimentali di misurazione del fenomeno mediante strumenti inadatti, tra cui un pluviometro e un barattolo di vetro, senza tuttavia ottenere risultati verificabili.
Nel saggio Gotta e risposta, provato a pubblicare sulla Rivista di Medicina, senza successo, Pasquali affrontava con tono accademico-chirurgico la questione della sede dell’anima. Non un’entità ospitata da un organo, come suggeriva Cartesio, ma un organo di per sé, da cui l’altra celebre massima di Pasquali: “a fine ciclo l’anima va riposta nell’organico”. Scrive:
Prendersi cura dell’anima è un processo che richiede attenzione. Attenzione che passa anche da un corretto smaltimento della stessa quando arriva alla fine del suo ciclo esistenziale. Questo coincide con l’incontro col divino, il quale toccandola, la degrada fino ad elevarla, perché come insegnano le Scritture: chi si umilia verrà esaltato.
La ricezione della teoria fu limitata e spesso ostile. I teologi la giudicarono eccessivamente materialista, i fisici eccessivamente spirituale, mentre gli operatori ecologici contestarono la sua attitudine di conferire “anime esauste” nella raccolta dell’umido, pratica che – come abbiamo visto – egli riteneva coerente con la propria visione ciclica dell’interiorità. Nonostante ciò, la teoria della dio‑degradabilità dell’anima rimane uno dei tentativi più singolari di applicare categorie della gestione dei rifiuti alla speculazione metafisica, collocando Pasquali in quella zona grigia della storia del pensiero dove l’ingenuità metodologica convive con un’insospettabile coerenza interna.
Non mancarono, negli anni successivi, interventi critici nei confronti dell’impianto teorico pasqualiano. Tra i più severi si colloca quello di Massimo Cacciari, che in un breve ma incisivo scritto circolato in ambiente universitario veneziano – la Circolare prot. 29040 del 2012, anche nota con il titolo “Disposizioni curricolari in materia di dottrine logicamente fallaci”, poi edita da Il Mulino – definì la dottrina della dio‑degradabilità «un tentativo disperato di materializzare l’immateriale, riducendo la metafisica a una sorta di igiene domestica dell’interiorità». Per questi motivi, Cacciari diffidava gli studenti di Filosofia dell’Università Ca’ Foscari dal continuare a diffondere i ciclostili dell’urbinate, se mai avessero voluto anche solo sedersi di fronte a lui per sostenere l’esame di Etica.