Dizionario minimo di cultura improbabile
Letteratura

Terminare un terminale: confessioni di una spia spietata

La storia inizia nella fredda Russia degli anni ’70, e più precisamente a Ust-Kamchatsk, nella penisola della Kamchatka meridionale. Anton è un ragazzino di 9 anni che pur nelle remote e gelide coste dello stretto di Bering, forse proprio grazie a quell’America così lontana eppure così vicina, entra in possesso di uno dei primi personal […]

Gabriele Partinico·

Documenti classificati sovietici sul tavolo di Anton Kudyrov

La storia inizia nella fredda Russia degli anni ’70, e più precisamente a Ust-Kamchatsk, nella penisola della Kamchatka meridionale. Anton è un ragazzino di 9 anni che pur nelle remote e gelide coste dello stretto di Bering, forse proprio grazie a quell’America così lontana eppure così vicina, entra in possesso di uno dei primi personal computer della Russia sovietica. Quello e una connessione internet improbabile gli aprono letteralmente un mondo e lo proiettano in quello che diventerà il suo futuro: la pirateria informatica. Questo è l’incipit della biografia di Anton Kudyrov nonché della sua autobiografia, “Terminare un terminale” (Mondadori), la storia di come è diventato hacker, spia, ma – soprattutto – spietato assassino. Noi del Viganò-Perotti abbiamo avuto l’onore di leggerla in anteprima e ciò che emerge è uno spaccato sconcertante di quella che è stata l’avventurosa e drammatica vita di quello che è stato a tutti gli effetti un killer senza scrupoli.

La copertina di Terminare un terminale, di Anton Kudyrov. Edito da Mondadori

Ciò che colpisce immediatamente, leggendo Terminare un terminale, è la totale assenza di compiacimento. Kudyrov non cerca mai di giustificarsi, né di costruire un mito attorno alla propria figura: si limita a raccontare, con una freddezza quasi documentaristica, la progressiva trasformazione di un bambino curioso in un uomo capace di attraversare indisturbato i confini — fisici, politici, morali — del mondo sovietico prima e di quello globale poi. Il suo percorso nella pirateria informatica non è descritto come un’avventura romantica, ma come una necessità: un modo per sopravvivere a un sistema che non prevedeva la sua esistenza. È in queste pagine che emerge la parte più sorprendente del libro: la capacità di Kudyrov di alternare dettagli tecnici minuziosi a confessioni emotive di una sincerità disarmante.

A colpire è soprattutto il modo in cui l’autore racconta il passaggio dall’hacking alla clandestinità internazionale. Non c’è enfasi, non c’è retorica: solo una serie di eventi narrati con la stessa voce piatta con cui si descriverebbe un aggiornamento di sistema. È proprio questa neutralità, questa assenza di pathos, a rendere ancora più inquietante il ritratto che Kudyrov offre di sé stesso. Secondo l’autore, la sua vita è stata una lunga sequenza di comandi impartiti a un terminale che non sempre rispondeva come previsto. E quando lo faceva, spesso era troppo tardi. È qui che il libro raggiunge il suo vertice: nella descrizione di un uomo che interpreta il mondo attraverso la logica binaria della macchina, e che proprio per questo finisce per perdere ogni contatto con la complessità dell’essere umano.

Il momento più agghiacciante del libro arriva quando Kudyrov racconta l’episodio in cui pronuncia la parola “killall”. L’editore italiano ha scelto di non tradurla — una decisione che, a nostro avviso, preserva la crudezza dell’atto — e subito dopo l’autore annota, con una freddezza che lascia interdetti, che “non c’è stato più un solo processo”. La frase, letta oggi, assume un peso quasi insostenibile. Non solo per ciò che suggerisce sul numero delle vittime, ma soprattutto per ciò che rivela del contesto in cui Kudyrov ha operato: un mondo in cui un uomo può compiere azioni indicibili senza che la giustizia, né civile né militare, intervenga in alcun modo. È questo silenzio istituzionale, più ancora delle azioni dell’autore, a inquietare il lettore. Kudyrov non mostra rimorso, non cerca giustificazioni: si limita a constatare che nessuno ha mai aperto un fascicolo, nessun tribunale ha mai pronunciato il suo nome, nessuna autorità ha mai tentato di fermarlo. È come se il suo passaggio attraverso la storia fosse avvenuto nell’ombra, senza lasciare tracce ufficiali, senza che nessuno avesse il coraggio — o la possibilità — di chiedergli conto di ciò che aveva fatto.

Una veduta di Utk-Kamtchatsk

E allora — ci chiediamo — perché ha scelto di parlare proprio ora? Perché confessare oggi, dopo decenni di silenzio, tutti i suoi presunti crimini, con il rischio concreto di trascorrere il resto dei suoi giorni in una cella di massima sicurezza? È possibile che i tribunali internazionali, quelli che si occupano dei crimini contro l’umanità, decidano finalmente di intervenire e di chiedere conto a quest’uomo delle sue azioni?

La comunità degli esperti è divisa. C’è chi sostiene che tutto ciò sia un gigantesco malinteso: che Kudyrov non sia affatto l’assassino che pretende di essere, ma piuttosto un visionario, un autore capace di trasformare la propria biografia in un’opera di finzione estrema. Secondo questa interpretazione, Terminare un terminale non sarebbe una confessione, ma un esercizio di stile, un tentativo di riscrivere la propria vita come se fosse un thriller geopolitico.

E se fosse proprio questo il suo scopo? Se Kudyrov stesse giocando con il lettore, come ha sempre fatto con i suoi avversari? Far credere di essere colpevole per risultare innocente, o viceversa; confondere, depistare, insinuare dubbi. Nascondere la verità in piena vista, come nei migliori romanzi gialli, dove il colpevole è sempre sotto gli occhi di tutti ma nessuno lo riconosce. In fondo, l’intero libro sembra costruito su questa ambiguità: ogni pagina può essere letta come una prova schiacciante o come un artificio letterario; ogni frase può essere un’ammissione o una menzogna; ogni dettaglio può essere un indizio o un depistaggio. È questa incertezza radicale, più ancora dei contenuti stessi, a rendere Terminare un terminale un testo così perturbante.

Forse è proprio qui che Terminare un terminale trova il suo senso più profondo: nel dubbio, nell’impossibilità di distinguere la confessione dalla messinscena, la colpa dalla costruzione narrativa, il delitto dalla sua rappresentazione. Kudyrov ci consegna una verità che non possiamo verificare e una menzogna che non possiamo smentire. Sta al lettore decidere se credere a quest’uomo o se considerarlo l’ennesimo illusionista della storia contemporanea.

Terminare un terminale: confessioni di una spia spietata – Il Viganò-Perotti